L’apparente indifferenza della Generazione Z

Una scuola di partecipazione democratica

Lo scioglimento delle Camere del 21 luglio 2022, seguito alle dimissioni del premier Draghi, ha decretato la fine della 18a legislatura conducendo alle elezioni anticipate del 25 settembre prossimo dalle quali scaturirà il nuovo esecutivo. L’inattesa chiamata al voto è stata, per molti, motivo di sconcerto, soprattutto per i giovani della cosiddetta Generazione Z che, chiamati alle urne per la prima volta, avrebbero avuto bisogno di tempi più distesi per poter esprimere il loro orientamento politico con maggiore avvedutezza e cura.

La generazione Z

Ma chi sono gli appartenenti alla Generazione Z? La locuzione Generazione Z si riferisce a quel segmento sociale che raggruppa gli under 25, ossia i nativi tra il 1997 e il 2010, quelli che, in concomitanza con la fase più cruciale del loro sviluppo personale e identitario, hanno maggiormente sofferto degli effetti restrittivi imposti dalla recente pandemia. Aperti e appassionati, sono tendenzialmente inclusivi: lontani da logiche di palazzo e vicini alle questioni civiche e sociali, sono sempre stati in prima linea quando si è trattato di scendere in piazza per sostenere i diritti delle minoranze, colmare il gender gap o sensibilizzare sulla salvaguardia della biodiversità. Fragili ma carichi di entusiasmo, sono anche caparbi: tendono a voler fare la cosa giusta senza mai stancarsi di provarci, e ciò non per mettersi in mostra ma perché animati dal desiderio di risvegliare una società intorpidita e rigenerare un futuro denso di significati.

Cresciuti all’ombra della tecnologia, per i nati dopo il 1995 l’informazione corre sul filo dei social: connessi con i coetanei di tutto il mondo, sono sempre aggiornati dalle notizie postate sui social, mentre la stampa cartacea, considerata troppo impegnativa, è da loro trascurata. Sono pochi coloro che sfogliano quotidiani o si concedono ai notiziari tv. D’altronde, anche da parte dei nostri politici sembra che il messaggio postato sui social sia il mezzo più idoneo per raggiungere gli elettori: il web, al pari dell’agorà nelle antiche città greche, ha contribuito ad aumentare il livello di partecipazione popolare, ma ha indebolito l’esercizio della leadership da parte delle classi dirigenti. C’è forse da interrogarsi se siano ancora attuali le campagne elettorali e se la mediazione di un dispositivo elettronico sia da prediligere a quella di un essere umano.

Disimpegno politico e sfiducia

Stando alle fonti ISTAT quest’anno in Italia compirebbero la maggiore età ben oltre 575.000 persone, tra ragazze e ragazzi, ovvero l’1,1% degli elettori che, insieme ai loro amici o fratelli più grandi (coloro che nel 2018 non erano ancora maggiorenni e oggi hanno tra i 19 e i 22 anni), si attestano intorno ai 3 milioni, pari al 5,7% degli aventi diritto al voto. Ciononostante, oltre il 60% dei nuovi elettori non partecipa alla vita politica, perlomeno nelle forme tradizionalmente intese.

Il clima che aleggia tra le nuove generazioni riveste i caratteri di una silente indignazione che dilaga nell’antipolitica, nel rifiuto disgustato dei partiti, espressione – per loro – di incapacità, privilegi di casta, corruzione e di una azione politica in generale ritenuta priva di una visione strategica. Delusione e disincanto portano ad una distanza e a una disaffezione verso la politica tradizionale e conducono i giovani a manifestare i loro ideali secondo modalità meno convenzionali. Non avendo maturato le esperienze di partecipazione politica attiva, tipiche degli anni della contestazione (dal ’68 in poi), i giovani di oggi, anziché collocare i loro valori-guida nell’ambito di una vera e propria partecipazione politica organizzata e collettiva, affidano la naturale e insopprimibile tensione umana verso la sfera sociale esplicandola in manifestazioni di interesse che si concretizzano molto spesso in cortei a difesa della pace e in associazioni di volontariato assistenziale e cura dell’ambiente.

Uno sguardo ai numeri

Da un sondaggio pubblicato il 3 settembre da Il Sole 24 Ore, realizzato via Instagram dalla Company Cnc Media-Sole 24 Ore con l’intento di rilevare le tendenze dei giovani aventi diritto al voto del prossimo 25 settembre, è emerso che il loro atteggiamento di sfiducia nei confronti della politica raggiunge elevati livelli di rinuncia. Il dato sull’astensionismo giovanile oscilla tra il 34 e il 38%, nel senso che un giovane elettore su tre, il prossimo 25 settembre, potrebbe scegliere di non partecipare all’elezione dell’esecutivo che guiderà il Paese nei prossimi anni. Il campione dell’indagine, che ha coinvolto oltre 20 mila elettori di età compresa fra i 18 e i 34 anni, ha risposto a 10 domande precostituite che spaziavano dal proprio grado di fiducia negli attuali partiti politici fino alle urgenze che dovrebbero essere affrontate dal prossimo esecutivo: 9 intervistati su 10 dichiarano di nutrire poca (56%) o nessuna (33%) fiducia nella politica in sé. L’esito più sconcertante è da ricondurre alla domanda se la classe politica conosca i problemi che affliggono le nuove generazioni: il 90% dei giovani interpellati sostiene di no. I giovani non si sentono rappresentati dai partiti in corsa. È questa la percezione che attraversa l’intero universo giovanile ed è questo il motivo della scarsa fiducia che essi ripongono nella politica: la stragrande maggioranza degli intervistati vorrebbe un leader politico capace di comprendere i problemi dei giovani, mentre ad una minoranza basterebbe che le proposte dei giovani venissero prese in considerazione. Per il gruppo di giovani interpellato, le priorità da inserire nell’agenda politica dovrebbero essere il lavoro (46%), l’ambiente (28%), l’istruzione (16%) e i diritti civili (10%).

A scuola di democrazia: tra politica ed etica

I giovani puntano il dito non solo sui politici, ma anche sulla scuola dove non si parla né di politica né ci si sofferma sui problemi che interessano le nuove generazioni. I giovani ritengono che essere informati di politica nel corso degli anni di scolarità sia un dovere, e che sia un diritto, per coloro che da soli non ce la fanno a dedicarsi con impegno alla propria formazione politica, quello di essere supportati nella comprensione delle dinamiche dell’amministrazione pubblica. Da qui la necessità che la scuola si assuma il compito di intraprendere una formazione etico-politica in grado di diffondere tra gli studenti un’idea di “arte del governare” come pratica del bene comune, mediante azioni che esprimano corresponsabilità matura e consapevole. È in questo modo che politica ed etica si armonizzano nella forma della partecipazione e della condivisione democratica di valori nutriti dal comune interesse, individuale e comunitario. Riemerge prepotentemente il ruolo formativo delle istituzioni scolastiche che devono contribuire a costruire persone, comunità e società umane: la democrazia richiede un esercizio di cooperazione, confronto e interazione di idee, comportamenti e valori che solo un organismo educativo pubblico può realizzare.

Scuola democratica e società

Esiste una stretta connessione tra democrazia scolastica e democrazia sociale che la riflessione pedagogica di Dewey congiunge in “un rapporto reciproco e vitale” [1]. Da qui, la necessità che le scuole si organizzino come cantieri di democrazia tesi alla costruzione di mentalità critiche e creative che valorizzino doti di ascolto e dialogo, per una educazione alla convivialità che sappia apprezzare le reciproche differenze e giovarsene per un mutuo arricchimento, perché solo in un clima di libera e produttiva cooperazione tra docenti, alunni e forze sociali può realizzarsi un’autentica democrazia comunitaria. Si tratta, quindi, di rilanciare un modello di scuola democratica, reciprocamente partecipativa, tale da consentire ad ogni persona di poter esercitare il proprio diritto di cittadinanza.

Da dove nasce la crisi attuale

Bisogna interrogarsi sul significato stesso di politica, chiedersi se la crisi che stiamo attraversando sia solo conseguenza di una pandemia, di una sfavorevole congiuntura economica e sociale o se affondi le sue radici in una genesi più lontana. Probabilmente abbiamo perso di vista il motivo pregnante che spinge l’uomo a dedicarsi alla res publica, ovvero alla ricerca di giustizia e di bene comune, prima vera necessità a cui si ordinano tutte le altre attività umane. E poiché i criteri ispiratori dell’azione politica non possono essere altri che lo spirito di servizio e la volontà di raggiungere il buon vivere civile, non possiamo disinteressarci della politica ma dobbiamo lasciarsene coinvolgere perché, configurandosi come “la forma più alta di carità, seconda sola alla carità religiosa verso Dio”, non guarda al bene del singolo e neppure a quello di una piccola comunità omogenea, ma tende al bene di tutti nel rispetto delle loro intrinseche diversità e delle loro differenti esigenze e aspirazioni [2].

Ritorno a Rousseau?

Alla luce di queste considerazioni, la creazione di una vera e propria scuola di formazione politico-educativa destinata ai giovani deve essere intesa soprattutto come luogo di addestramento per il servizio al benessere della comunità, da intendersi come umanità autentica della specie. È un tema che Rousseau ha esplicitato nel suo Il contratto sociale [3] dopo che, spostando l’attenzione dai diritti dell’uomo nello stato di natura a quelli dell’uomo nella società civile, ne aveva esaminato l’autentica vocazione e il suo destino comunitario fino ad esaltare il nesso dialettico e ineludibile tra morale e politica nella società civile.


[1] J. Dewey, Democrazia e educazione. Una introduzione alla filosofia dell’educazione, Anicia, 1918.

[2] La frase appartiene a Papa Pio XI, al secolo Achille Ratti (1857-1939) e risale all’Udienza del Santo Padre ai dirigenti della Federazione Universitaria Cattolica, svoltasi il 18 dicembre 1927. Il testo è reperibile ne “L’Osservatore Romano”, n. 296 del 23 dicembre 1927.  È stata replicata da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, Papa Francesco la ribadisce spesso, ma chi l’ha pronunciata per primo è stato Pio XI.

[3] J. J. Rousseau, Il contratto sociale, Grandi classici BUR, Milano, 2005.