Scuola7 13 febbraio 2017, n. 30

Scuola7

la settimana scolastica

13 febbraio 2017, n. 30


In questo numero parliamo di:

Licei uber Alles? (A. Prontera)

Sicurezza e qualità (B. Sozzi)

Leggere, scrivere, far di conto... (R. Bortone)

Lingua viva, lingue morte (F. Piazzi)

Iscrizioni on line: gestione delle domande

Mobilità 2017/18: operazioni propedeutiche

Una risposta alla "proposta dei Seicento" sul declino della lingua italiana


Settimanale di informazione scolastica.

© Tecnodid Editrice - Piazza Carlo III, 42 - 80137 Napoli

Parliamo diLicei, avanti tutta...
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Licei uber Alles?

Angelo PRONTERA

Perché il 54,6% degli studenti italiani sceglie i licei?

La settimana scorsa (6 febbraio) si sono chiuse le iscrizioni online per il nuovo anno scolastico alle classi prime delle scuole primarie e secondarie di primo e di secondo grado, e dai primi dati diffusi dal MIUR emerge la netta preferenza per gli indirizzi liceali, scelti dal 54,6% degli studenti italiani, mentre il 30,3% opta per gli Istituti tecnici e solo il 15,1% per un Istituto professionale.

Il liceo piace sempre di più e si conferma quel trend di crescita che dal 2014/2015 vede i licei scelti da più di uno studente su due.

La parte del leone spetta al Liceo scientifico, che tra indirizzo tradizionale, opzione per le scienze applicate e sezione sportiva, attrae il 25,1% degli studenti (24,5% lo scorso anno). Aumentano sensibilmente anche gli iscritti al Liceo classico, che passano dal 6,1% dello scorso anno al 6,6%, mentre rimangono stabili gli altri indirizzi.

Non sembrano riscuotere successo, oltre alla sezione sportiva (1,6%), il Liceo europeo/internazionale (0,7%), i Licei musicali, ancora a quota 0,8%, e quelli coreutici, sempre allo 0,1%.

Tuttavia la situazione è abbastanza variegata a seconda delle diverse aree territoriali: il Lazio si conferma la regione con la maggiore percentuale di iscritti ai licei (66,8%), e a seguire l’Abruzzo (60,8%), l’Umbria (58,8%), la Campania (58,3%), la Liguria (58%).

Tengono gli Istituti tecnici, anche se dal 1990 ad oggi gli iscritti passano dal 44% al 30,3%

Se la tendenza risulta stabile rispetto allo scorso anno, dal 1990 ad oggi gli iscritti agli Istituti tecnici sono passati dal 44% al 30,3%, mentre quelli dei licei dal 30% al 54,6%: una vera e propria inversione di tendenza, o di moda, se vogliamo.

Il più gettonato tra gli Istituti tecnici resta il Settore Tecnologico, che con i suoi nove indirizzi conferma il 19% delle scelte, mentre il Settore Economico, in leggero calo, registra l’11,2% delle iscrizioni.

Cadono così nel vuoto gli appelli nei confronti degli Istituti tecnici fatti dal mondo delle imprese, e finanche dall’ex Presidente del Consiglio Romano Prodi, che in un’intervista su Il Sole 24 ore di circa un anno fa affermava che «Il nostro Paese ha bisogno di un forte rilancio dell’istruzione tecnica. O noi rendiamo chiaro che l’istruzione tecnica applicata è la condizione della sopravvivenza della struttura produttiva italiana, o la nostra industria è destinata a scomparire».

Lo stesso professore bolognese analizzava, in quell’interessante intervista, le cause di questo fenomeno: prima fra tutte la mentalità dei genitori, che erroneamente ritengono gli istituti tecnici scuole di serie B.

«C’è perfino chi ha pensato – continuava l’ex premier – che per frenare il calo forse dovremmo chiamarli “Licei tecnici”: quando si arriva a questo tipo di pur ingegnosa scappatoia vuol dire che c’è un grande problema di incomprensione sociale».

Questa, naturalmente, non sarebbe una novità, visto il precedente della riforma Moratti, che con la Legge 226/2005 aveva introdotto i Licei economico e tecnologico in luogo della soppressa istruzione tecnica.

Come ben ricordiamo, sarà poi il ministro Fioroni con la Legge 40/2007 a disattivare la licealizzazione dell’istruzione tecnica e a riportare le lancette indietro, a seguito di fortissime critiche, anche del mondo del lavoro, che richiedevano un’istruzione tecnica forte, ben strutturata, rinnovata, capace di promuovere competenze di tipo scientifico e tecnologico necessarie al mondo del lavoro.

L’ex statista emiliano, allora, suggerisce persino una «urgente e sistematica campagna pubblicitaria, tipo Pubblicità Progresso, a favore degli istituti tecnici. Bisogna – continua ancora – farla proprio in chiave di salvataggio del futuro del Paese e del futuro dei nostri giovani: serve per moltiplicare i posti di lavoro e mettere in giusto rilievo la dignità e la grandezza del “fare”»[1].

Tuttavia un ulteriore forte impulso all’istruzione tecnica potrebbe sicuramente derivare dagli ITS[2], il segmento di formazione “alta” non universitaria, un sistema consolidato da alcuni anni in altri paesi europei, ma che nella nostra istruzione terziaria rimane ancora con numeri di iscritti troppo bassi, stante anche la resistenza e la concorrenza delle Università.

Flessione per gli Istituti professionali: dal 16,5% di un anno fa al 15,1%

Continua a calare, invece, l’iscrizione agli Istituti professionali, che dal 16,5% dello scorso anno (già in calo rispetto all’anno precedente) scende al 15,1% di oggi. In particolare il Settore Servizi scende dal 10,5% al 9,6%, mentre il Settore Artigiano conferma la posizione con un 2%.

Ovviamente la situazione non è uniforme su tutto il territorio nazionale. Un dato in controtendenza rispetto al dato nazionale si è registrato in Emilia Romagna, dove il numero maggiore di iscrizioni (53%) è stato raggiunto negli Istituti tecnici e professionali, a fronte del 47% dei licei.

Ma è il Veneto che si conferma la regione con meno ragazzi che scelgono gli indirizzi liceali (45,9%) e la prima nella scelta dei Tecnici (38,5%). Seguono, sempre nei Tecnici, Friuli Venezia Giulia (37,5%) ed Emilia Romagna (35,8%).

Gli Istituti professionali, invece, sono primi nelle scelte dei ragazzi della Basilicata (19,3%), seguiti da Campania (17,5%) e Puglia (17,3%).

Ovviamente, per una più puntale analisi, si resta in attesa del focus e delle statistiche del Ministero.

Eppure il 46,9% dei diplomati degli Istituti tecnici e professionali trova lavoro a un anno dal diploma

Secondo Alma Diploma (dato riportato da Filo Diretto Web di Rai Parlamento)[3], il 49,9% degli studenti degli Istituti tecnici e professionali trova lavoro a un anno dal diploma, con punte del 57% per chi esce dagli indirizzi di Elettronica. Uno su due, quindi, passa dai banchi all’azienda, a fronte di circa 60.000 imprese che ogni anno hanno difficoltà a reperire figure professionali tecniche e specializzate.

E allora gli istituti tecnici e professionali, affiancati da virtuosi percorsi di alternanza scuola-lavoro e da stage presso le aziende, gli ITS e i poli tecnico-professionali, possono davvero configurare un sistema educativo innovativo e integrato con quello economico e produttivo, e diventare un passepartout per l’occupazione? Non è da escludere, anche se Confindustria chiede al sistema scolastico di adattare i curricoli alle richieste delle aziende e del mercato.

Perché tutti matti per i licei?

E allora il successo dei licei deriva dal “fascino” che ancora esercita, sia a destra che a sinistra, l’impianto scolastico gentiliano, sopravvissuto al ventennio e alle innumerevoli riforme dell’Italia repubblicana? Quella scuola d’élite, pensata e attuata da Gentile per le future classi dirigenti, continua ancora ad essere punto di riferimento per le famiglie italiane? O persiste una concezione aristocratica della cultura e dell’educazione, che considera solo i licei scuole per selezionare i migliori, e le altre scuole una sorta di “Liceo inferior” per i “nati alla zappa e alla vanga”?

Numeri alla mano, in Italia pare sia ancora molto netto quello che Edgar Morin, da tutti citato e da pochi praticato, chiama “le scontro fra le due culture”, ovvero la separazione tra l’area umanistica e l’area scientifico-tecnologica, malgrado l’invito dello studioso francese.

Probabilmente nell’immaginario delle famiglie italiane, che esercitano ancora un grosso peso nella scelta della scuola secondaria dei figli, il liceo, soprattutto scientifico, rappresenta la scuola che consente di conseguire una preparazione più completa, e nel contempo permette ai ragazzi di posticipare le decisioni alla fine del percorso universitario.

Ma si tratta di provincialismo o è una scelta consapevole, dettata soprattutto dallo status sociale della famiglia, e da quella mai tramontata dicotomia fra lavoro intellettuale e lavoro manuale? E l’orientamento in uscita dalla scuola media, quanto incide sulla scelta del successivo ciclo di studi?

Orientamento e scelte scolastiche

Le variabili che incidono sulle decisioni dei 14enni sono sicuramente diverse, e il tema della scelta dell’indirizzo della scuola secondaria è stato affrontato da diversi autori.

Daniele Checchi, dell’Università degli Studi di Milano, nel 2010, per conto della Fondazione Agnelli, ha condotto un’interessante ricerca sull’“Uguaglianza delle opportunità nella scuola secondaria italiana”[4], in cui analizza la relazione tra percorsi scolastici e origini sociali.

Dal lavoro di Checchi emerge che in Italia individui dotati di abilità, ma provenienti da famiglie culturalmente deficitarie, finiscono nella formazione professionale, e viceversa individui con basse capacità e genitori istruiti si ritrovano nei licei. I genitori laureati, pertanto, tendono a non seguire le indicazioni orientative della scuola rivolte alla formazione professionale, così come genitori poco istruiti rendono meno probabile l’iscrizione agli indirizzi liceali, nonostante l’orientamento in tal senso degli insegnanti.

Il titolo di studio dei genitori continua a rimanere rilevante: il figlio di un genitore laureato ha una probabilità nulla di ricevere un orientamento verso la formazione professionale, mentre ha un’alta probabilità di essere indirizzato verso i licei.

Famiglie con ridotte risorse finanziarie sceglieranno, così, percorsi più corti e con maggior spendibilità sul mercato del lavoro: ancora una volta la povertà materiale si ripercuote sulla povertà educativa (7° Atlante dell’infanzia a rischio, “Bambini supereroi”, 2016)[5].

Una scuola in affanno

Che la sorte degli Istituti tecnici e professionali sia dipesa anche e soprattutto dalla riforma Gelmini è ormai risaputo. E se da un lato era necessario superare la frammentazione prodotta dai numerosi indirizzi di studio e sperimentazioni, il Piano programmatico di riordino e sviluppo del sistema scolastico (legge 133/2008), che prevedeva un contenimento della spesa pubblica di circa 8 miliardi di euro in un triennio per il settore dell’istruzione, non si limita soltanto a una riduzione degli indirizzi dell’istruzione tecnica e professionale, ma procede anche a ridurre il carico orario obbligatorio, non superiore a 32 ore settimanali, con buona pace per le attività laboratoriali e le materie disciplinari. Per non parlare degli ambienti di apprendimento nelle cosiddette “classi pollaio” delle scuole superiori!

Spesso politica e politici, con il beneplacito della maggior parte della stampa e degli opinionisti di grido, invece di mettere un limite alla riduzione progressiva di risorse destinate alla scuola e all’istruzione (meno insegnanti; aumento degli alunni per classe; laboratori quasi decimati e obsoleti; divieto di nominare i supplenti per il primo giorno di assenza dei docenti; utilizzo dei docenti del potenziamento per le supplenze sino a dieci giorni; divieto di sostituzione per il personale ATA; divieto di sostituzione per i primi sette giorni per i collaboratori scolastici), cercano i responsabili all’interno della scuola, anche attraverso una deleteria campagna di disconoscimento sociale del corpo docente.

Ma veramente il grande e irrisolto problema della scuola italiana sono la scarsa professionalità dei docenti e la mancanza di valutazione riferita a insegnanti, dirigenti e scuole? Oppure il male della scuola italiana erano e sono gli scarsi investimenti sull’istruzione pubblica?

E la politica che fa?

Dobbiamo guardare con preoccupazione ai dati sulle risorse destinate all’istruzione nel nostro Paese. L’Italia è all’ultimo posto in Ue per percentuale di spesa pubblica destinata all'istruzione (7,9% nel 2014, a fronte del 10,2% medio Ue), finanche dopo la Grecia.

Se si guarda al PIL, invece, sempre secondo i dati Eurostat 2014 (riportati da Il Sole 24 Ore nel 2016)[6], la spesa italiana per l'educazione è al 4,1%, a fronte del 4,9% medio Ue, penultima dopo la Romania (3%) insieme a Spagna, Bulgaria e Slovacchia.

E se le parole sono pietre e i numeri lo sono ancora di più, non è forse giunta l'ora di fare, con estrema onestà intellettuale (e politica), un bilancio sugli interventi riformatori della scuola, imposti, la maggior pare delle volte, dall’alto e senza il coinvolgimento di chi nella scuola ci vive? Gli ultimi anni sono costellati, d'altronde, di riforme, controriforme, abrogazioni e cacciaviti!

Ma soprattutto non è arrivato il momento di capire, attraverso una convocazione degli “Stati generali della scuola italiana”, dove vogliamo andare, senza corporativismi da una parte e senza imposizioni o ricette precostituite dall’altra?

Angelo Prontera

Iscrizioni

2017

2016

Licei

54,6%

53,1%

Classico

6,6%

6,1%

Scientifico

(indirizzo “tradizionale” + opzione Scienze Applicate + sezione Sportiva)

25,1%

24,5%

Scientifico tradizionale

15,6%

15,5%

opzione Scienze Applicate

7,8%

7,6%

Sezione Sportiva

1,6%

1,4%

Liceo linguistico

9,2%

9,2%

Liceo artistico

4,2%

4,1%

Liceo europeo/internazionale

0,7%

0,7%

Liceo scienze umane

7,9%

7,6%

Licei musicali

0,8%

0,8%

Licei coreutici

0,1%

0,1%

Istituti Tecnici

30,3%

30,4%

Settore economico

11,2%

11,4%

Settore tecnologico

19%

19 %

Istituti professionali

15,1%

16,5%

Settore servizi

9,6%

10,5%

Settore Industria e Artigianato

2%

2,1%

 

 

[1] Per un approfondimento cfr. “Perché è importante l’istruzione tecnica” di Romano Prodi, Il Sole 24 Ore, 23 gennaio 2016.

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2016-01-23/perche-e-importante-l-istruzione-tecnica-100247.shtml?uuid=ACHICzFC

Vedi pure: «L’Europa è sfuocata sui rischi per le banche» di Romano Prodi, su Il Sole 24 ore, 17 gennaio 2017 (“Son vent’anni che mi batto perché venga incentivata l’istruzione tecnica”).

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-01-16/europa-sfuocata-rischi-le-banche-215112.shtml?uuid=AEMhq3

[2] Per un approfondimento sugli ITS vedi il n. 27 di Scuola7 del 23 gennaio 2017: “Gli Istituti Tecnici Superiori. Questi sconosciuti”. http://www.scuola7.it/2017/27/

[3] “Scuole tecniche: passepartout per il lavoro?” Andato in onda su Rai Parlamento il 17 gennaio 2017.

http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-4a036bed-7b5e-41cf-a4b3-5fca61019d9b.html

[4] http://www.fga.it/uploads/media/D._Checchi__Uguaglianza_delle_opportunita_nella_scuola_secondaria_italiana_-_FGA_WP25.pdf

[5] In Scuola7, n. 24 del 19 dicembre 2016: “Presentato da Save the children e Treccani l’Atlante dell’infanzia a rischio 2016” - http://www.scuola7.it/2016/24/

[6] Eurostat, Italia maglia nera per spesa pubblica in istruzione e cultura, Il Sole 24 ore, 26 marzo 2016.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2016-03-26/eurostat-italia-maglia-nera-spesa-pubblica-istruzione-e-cultura--120216.shtml?uuid=ACoyCEvC

Sicurezza e qualità

Bruno SOZZI

Come gestire la sicurezza a scuola

Anche la scuola dovrebbe prestare la dovuta attenzione all’art. 30 del d.lgs. 81/2008, che suggerisce l’adozione e l’efficace attuazione di un sistema di organizzazione e di gestione della sicurezza idoneo per assicurare l’adempimento di tutti gli obblighi giuridici. Il modello adottato deve in ogni caso prevedere … un’articolazione di funzioni che assicuri le competenze tecniche e i poteri necessari per la verifica, valutazione, gestione e controllo del rischio, nonché di un sistema disciplinare idoneo a sanzionare il mancato rispetto delle misure indicate nel modello. Questo deve altresì prevedere un idoneo sistema di controllo sull’attuazione del medesimo modello e sul mantenimento nel tempo delle condizioni di idoneità delle misure adottate (commi 3 e 4).

In sede di prima applicazione si presumono conformi ai requisiti del presente articolo i modelli di organizzazione aziendale conformi alle Linee guida UNI – INAIL per un sistema di gestione della salute e sicurezza sul lavoro (SGSL) del 28 settembre 2001 o al British Standard OHSAS 18001: 2007 (comma 5).

La ricerca del miglioramento continuo

Si deve partire dalla situazione iniziale per impostare la “politica” e pianificare i modi e i tempi di intervento. Il momento successivo è quello della “sensibilizzazione” attraverso la formazione e informazione. In itinere e al termine di un ciclo (p.es. annuale) deve essere effettuato il monitoraggio della situazione, esaminando i possibili percorsi di miglioramento da attuare nell’anno successivo.

Questa struttura ciclica sta alla base del lavoro del Servizio di Prevenzione e Protezione, che si concretizza nella riunione periodica indetta “almeno” una volta all’anno. Significativa in proposito è la presenza, nell’art. 35 del d.lgs. 81/2008, dell’innovativo comma 3: Nel corso della riunione possono essere individuati: a) codici di comportamento e buone prassi per prevenire i rischi di infortuni e di malattie professionali; b) obiettivi di miglioramento della sicurezza complessiva sulla base delle linee guida per un sistema di gestione della salute e sicurezza sul lavoro.

I modelli ritenuti “conformi” nell’art. 30 operano con la medesima struttura ciclica  dei Sistemi di Qualità Ambientale (Norma ISO 14001: 2004) e di quello di Gestione per la Qualità (ISO 9001:2000), evidenziando in tal modo gli elementi di sinergia utili a facilitare l’integrazione dei sistemi.

Sicurezza e qualità sono due facce della stessa medaglia

È opportuno qui ribadire, dopo anni di dibattiti, la distinzione tra la cultura (p. es. della Qualità totale) e la certificazione effettuata da un ente terzo, che può valutare, anche nella scuola, il rispetto delle procedure previste dal modello adottato. Si deve essere convinti assertori della cultura organizzativa indispensabile per gestire, secondo criteri condivisi, le complesse strutture che sono oggi i singoli istituti autonomi, sul versante qualità, rispetto dell’ambiente ed ora della sicurezza; la certificazione rappresenta un passo successivo, spesso oneroso, oggetto di scelta da parte di ogni Istituto. Tale distinzione è presente anche nel D.Lgs. 81/2008, se si considera che le norme OHSAS 18001 sono, a differenza delle Linee Guida UNI-INAIL, certificabili.

Importante sarà operare sempre nella logica del miglioramento continuo dell’esistente, seguendo il percorso ciclico sopra evidenziato.

È ormai acquisito infatti che i principi su cui si basa la Qualità coincidono con quelli della sicurezza, ed un’impostazione corretta in uno di questi campi avrà immancabilmente ripercussioni favorevoli sull’altro.

Gli otto principi fondamentali

Senza necessariamente approfondirli, si elencano otto principi fondamentali:

  1. La sicurezza, come la qualità, inizia dalla direzione.
  2. La sicurezza, come la qualità, è un progetto continuo (almeno annualmente, il monitoraggio operato nella riunione periodica porterà alla riproposizione della “politica aziendale” e puntuali obiettivi di miglioramento).
  3. La sicurezza, come la qualità, si basa sulla realizzazione della prevenzione e non sull’azione riparatrice.
  4. La qualità, come la sicurezza, deve essere presente in tutte le fasi del ciclo della vita dei “prodotti” e in tutte le fasi dei processi.
  5. La qualità, come la sicurezza, è un compito di ciascuno (D.Lgs. 81/2008, art. 20).
  6. Gli ostacoli della qualità e della sicurezza sono i medesimi, e possono essere superati con una crescita di ciascuno nell’organizzazione.
  7. La qualità, come la sicurezza, si raggiunge attraverso la formazione.
  8. I compiti del Responsabile Qualità coincidono con quelli del Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione.

Si tratta infatti di:

  • promuovere e svolgere la formazione del personale;
  • analizzare lo stato di qualità o sicurezza raggiunto, e promuovere le azioni di miglioramento;
  • gestire le non conformità e le azioni correttive;
  • relazionare periodicamente sullo stato della qualità o sicurezza “aziendale”.

Bruno Sozzi

Iscrizioni on line: gestione delle domande

Disponibili sul SIDI le funzioni per la gestione delle domande d’iscrizione per l’a.s. 2017/18, diversificate in base alla scuola di destinazione o provenienza. Il Miur illustra gli adempimenti delle scuole e la relativa tempistica. Le iscrizioni effettuate a partire dal 13 febbraio, a seguito della proroga stabilita per le zone terremotate, verranno gestite secondo modalità successivamente comunicate.

La nota 6 febbraio 2017 prot. n. 300 scandisce il calendario delle attività per la gestione e la verifica delle iscrizioni

Periodo

Attività

dal 7 al 14 febbraio

le scuole di destinazione possono inserire le domande di iscrizione rimaste in sospeso accedendo dal portale SIDI a “Iscrizioni on line” (Supporto alle famiglie). Tale data è improrogabile in quanto connessa all’avvio delle procedure per la definizione degli organici.

dal 15 febbraio

le scuole paritarie hanno a disposizione nel SIDI la funzione di “Iscrizione diretta” per inserire le domande pervenute, necessaria per le scuole che non hanno aderito al sistema delle iscrizioni on line

dal 7 al 26 febbraio

le scuole di smistamento funzioni destinazione delle domande procedono all’accettazione o ricevute tramite le apposite

dal 27 febbraio al 1° marzo

viene eseguita in automatico, da parte del sistema, l’accettazione d’ufficio di tutte le domande di iscrizione in carico (“Inoltrate”) alle scuole che non sono state accettate

dal 2 marzo

per tutte le scuole è a disposizione nel SIDI la funzione di “Iscrizione diretta” per inserire le domande pervenute

dal 13 al 16 marzo

viene chiusa a tutti gli utenti (scuole/CFP) l’area “Gestione iscrizioni”, per consentire la migrazione di tutte le domande di iscrizione sui codici scuola validi per l’anno scolastico 2017/2018

a partire dal 17 marzo

vengono nuovamente messe a disposizione delle segreterie scolastiche le funzioni SIDI per la gestione delle iscrizioni

A partire dal 17 marzo:

  • Le scuole di provenienza continuano ad operare sull’anno scolastico 2016/2017. Già a partire dal 2 marzo le scuole secondarie di I grado inseriscono anche il “Consiglio orientativo” relativamente agli alunni frequentanti le proprie classi conclusive..
  • Le scuole di destinazione statali con riferimento alle iscrizioni, operano nell’anno scolastico 2017/2018 per consultare, modificare o annullare le domande ricevute e gestire il processo attraverso alcune funzioni specifiche: “Iscrizione diretta”; “Trasferimento di iscrizione”; “Spostamento di iscrizione”.
  • I CFP hanno la possibilità di acquisire nuove iscrizioni attraverso la modalità di “Iscrizione diretta”; per essi non è previsto il trasferimento e lo spostamento delle iscrizioni.
  • Le scuole di destinazione paritarie continuano a gestire le iscrizioni SIDI operando nell’anno scolastico corrente (2016/2017) con le seguenti modalità: “Iscrizione diretta” e “Trasferimento di iscrizione”.

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Mobilità 2017/18: operazioni propedeutiche

In attesa della stipula definitiva del CCNI che regola la mobilità del personale scolastico per l’a.s. 2017/18, il Miur ha illustrato alcuni interventi propedeutici all’apertura delle funzioni per l’invio delle domande, e alcune operazioni che si aggiungono per quest’anno alle normali attività connesse alla gestione della procedura.

Con nota 7 febbraio 2017 prot. n. 5177 il Miur segnala che a partire dal prossimo anno scolastico saranno definitivamente attuate le previsioni normative che riguardano la creazione dell’unico organico dell’autonomia scolastica in tutte le istituzioni statali e la modifica delle classi di concorso della scuola secondaria (D.P.R. 19/16). Pertanto, in tempo utile per la presentazione delle domande di trasferimento, il Gestore del sistema SIDI provvederà alla riassegnazione in automatico dei docenti della scuola secondaria sulle nuove classi di concorso e su un’unica sede di organico per ciascuna autonomia, fatte salve le sezioni speciali (carcerarie, ospedalieri, sperimentali e per l’istruzione degli adulti). Per rendere possibile tale operazioni le funzioni di anagrafe scuola, relative al dimensionamento, saranno chiuse entro la metà di febbraio. L’individuazione delle sedi di organico dovrà concludersi entro fine febbraio.

Gli Uffici territorialmente competenti dovranno procedere alla verifica dei docenti che risultano attualmente ancora titolari su codice provincia, quindi non su ambito.

Le operazioni di riposizionamento automatico dei docenti della scuola secondaria sull’unica sede di organico avverranno dopo le operazioni di recepimento dei dimensionamenti scolastici, che pertanto avverranno ancora considerando i precedenti codici sede.

Dopo l’aggiornamento delle titolarità le funzioni di anagrafe scuola torneranno ad essere disponibili per la definizione delle catene di prossimità tra le scuole di uno stesso ambito e del medesimo grado di istruzione.

Inoltre quest’anno prenderanno avvio le operazioni di mobilità professionale per i docenti sino ad ora utilizzati negli insegnamenti caratterizzanti i Licei musicali, stante l’introduzione delle specifiche classi di concorso. Tali operazioni dovranno concludersi in tempo utile per consentire la disponibilità per i movimenti della secondaria di primo grado dei posti liberati da quanti avranno ottenuto il passaggio di ruolo nei licei.

Per l’a.s. 2017/18 è prevista un’unica fase del movimento per ciascun ordine e grado di istruzione, pertanto le domande di mobilità andranno convalidate in un unico periodo. Nella considerazione della consistenza delle medesime e della modifica dei punteggi di valutazione del servizio pre-ruolo, prevista dall’ipotesi di contratto, si raccomanda di tenere conto, per le operazioni relative alla scuola dell’infanzia e alla scuola primaria, che le rispettive funzioni di acquisizione dell’organico si chiuderanno, come ogni anno, per prime.


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Utilizza con noi la tua Carta del docente

La nuova piattaforma “Carta del docente”, predisposta dal Miur, permette agli insegnanti di spendere l'importo annuale di 500 euro generando buoni di spesa elettronici, che possono essere utilizzati, fra l’altro, per prodotti e servizi erogati da enti accreditati Miur.

Tecnodid editrice è Ente di formazione accreditato presso il Ministero dell’Istruzione (D.M. 26/07/2007, conforme ai requisiti previsti dalla Direttiva 170/2016) e regolarmente registrato sulla nuova piattaforma. Scopri cosa puoi acquistare con la tua Carta:

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Leggere, scrivere, far di conto…

Rita BORTONE

Cara scuola, ti scrivo…

Ha riempito giornali e siti, ha animato gli animi, ha acceso il dibattito. Se questo era lo scopo, la lettera dei 600 lo ha raggiunto. Se invece lo scopo era quello di indicare strategie per risolvere il problema, ha fallito di brutto.

Generica nella segnalazione del problema, ha denunciato mali tristemente noti (troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente), ha sottolineato le carenze nella scrittura (grammatica, sintassi, lessico), ha pianto per la perduta correttezza ortografica e grammaticale (…) a lungo svalutata sul piano didattico più o meno da tutti i governi.

L’obiettivo dichiarato (il raggiungimento, al termine del primo ciclo, di un sufficiente possesso degli strumenti linguistici di base da parte della grande maggioranza degli studenti) è apparso vago e distante dall’analisi e dalla problematizzazione che la scuola stessa, aiutata dalle indagini nazionali e internazionali, ormai compie al suo interno da decenni.

Non basta una pedagogia linguistica del buonsenso

La lettera stupisce soprattutto nella ineffabile ingenuità delle strategie risolutive proposte, che ricalcano pari pari norme già in vigore: la necessità di traguardi intermedi imprescindibili da raggiungere (ma le Indicazioni per il curricolo e i loro ineludibili traguardi i Proff. li hanno letti?); la necessità di introdurre verifiche nazionali periodiche durante gli otto anni del primo ciclo (ma delle prove Invalsi i Proff. hanno mai sentito parlare?); la partecipazione di docenti delle medie e delle superiori rispettivamente alla verifica in uscita dalla primaria e all’esame di terza media, anche per stimolare su questi temi il confronto professionale tra insegnanti dei vari ordini di scuola (ma il curricolo verticale i Proff. sanno in che consiste?).

Ciliegina sulla torta il suggerimento al Ministro di indicare alle scuole del primo ciclo, a livello nazionale, le più importanti tipologie di esercitazioni: dettato ortografico, riassunto, comprensione del testo, conoscenza del lessico, analisi grammaticale e scrittura corsiva a mano.

Lessico povero, pensiero pigro, mondo opaco…

Ma i 600, che sono professori universitari, accetterebbero mai che lo Stato dicesse loro – e tante volte forse ce ne sarebbe davvero bisogno – cosa devono insegnare e come?

E tuttavia, dopo l’analisi critica della lettera, occorre ragionare sul fatto che in realtà le carenze dei ragazzi ci sono, e che per alcuni aspetti sono persino più gravi di quanto abbiano saputo dire i 600.

Povertà lessicale, è vero. Eppure i ragazzi apprendono agevolmente le parole del calcio, della musica, della tecnologia, delle procedure digitali, che noi stessi adulti tante volte non comprendiamo. Chi sa perché ignorano invece tante parole del vocabolario di alto uso o il lessico specifico delle discipline. Forse il problema è più grave che nella lettera dei 600: prima d’essere povertà lessicale, forse il problema è la povertà concettuale, e la povertà concettuale è mancanza di significati, è esperienza non elaborata, è mancanza di pensiero riflessivo. Sì, è responsabilità della scuola, ma non basta qualche esercitazione per colmare questa carenza.

E la difficile costruzione del discorso, la paratassi o la scorrettezza sintattica, non sono forse anch’esse carenze del pensiero, assenza di costrutti logici e di relazioni tra le cose, prima che tra le parole?

Le responsabilità della scuola

Le Indicazioni nazionali fin dal 2007 ci chiedono che gli insegnamenti disciplinari costruiscano non saperi inerti, ma processi di pensiero specifici, e persino i Nuovi Programmi per la Media del ‘79 segnalavano, in coerenza con le 10 tesi per un’educazione linguistica democratica (Giscel – De Mauro) la trasversalità dell’educazione linguistica: insegnare storia dovrebbe oggi significare costruire pensiero storico linguisticamente espresso; insegnare matematica dovrebbe significare costruire pensiero matematico linguisticamente espresso, e così via per le diverse discipline. Ma non è così nelle scuole reali. Sì, la incapacità di costruire un pensiero logico e ben organizzato è anche responsabilità della scuola.

Ed è della scuola la responsabilità di non saper promuovere una riflessione sulla lingua che consenta di distinguere una “è” con l’accento da una “e” senza accento, una “ha” verbo da una “a” preposizione; di non saper promuovere una riflessione sulla struttura della frase e sulla funzione dei suoi elementi costitutivi, di non saper scegliere modelli di analisi accessibili ai ragazzi e per loro significativi.

È della scuola la responsabilità del proporre ancora nel primo ciclo improbabili percorsi pseudoletterari, invece di promuovere il parlato e la interazione verbale per scopi diversi e in situazioni comunicative diverse, in barba agli elogi funebri indirizzati a Tullio De Mauro.

È della scuola la responsabilità di non riuscire a far amare ai bambini e ai ragazzi la lettura nelle sue diverse forme e funzioni, imprescindibile veicolo di parole e di forme di pensiero, condizione della qualità del parlato e della scrittura.

Ed è della scuola anche la responsabilità di non saper utilizzare metodologie operative e cooperative, che consentano la significazione di concetti e di parole/concetto, di relazioni e di parole di relazione; che favoriscano il dialogar di storia o di scienze, che promuovano un uso funzionale della sintassi narrativa della storia, di quella descrittiva o dimostrativa delle scienze, di quella argomentativa della matematica. Ma quale esercitazione, secondo i 600 Proff., potrebbe essere indicata per ovviare alle carenze sintattiche dei nostri alunni?

Il curricolo (verticale) di lingua

La lingua non si sviluppa solo con le esercitazioni: si sviluppa costruendo il pensiero e promuovendone l’uso e la riflessione sull’uso. E il pensiero si sviluppa leggendo e costruendo strutture di significato, e negoziandole con gli altri, ed esercitando riflessione e lingua, riflessione, lingua, metalingua. Ma la scuola non sempre riesce a fare queste cose.

Perché gli insegnanti corrono da una parte all’altra intorno a progetti e adempimenti e piattaforme e circolari e innovazioni e parole e carte, perdendo di vista le priorità e convincendosi che il progetto di educazione alla cittadinanza o di educazione ambientale o di educazione alla pace, o di una educazione qualunque tra le tante, sia più importante del curricolo di educazione linguistica.

Perché gli insegnanti finiscono col credere che sviluppare competenze sia un’altra cosa rispetto all’insegnare il verbo e il pronome, e si lanciano in interventi di grande innovazione lessicale, di grande scena e vetrina, e di poca sostanza formativa, indotti da sciocche pressioni che vengono dall’alto e da ancora più in alto.

Perché gli insegnanti arrivano in cattedra senza che nessuno abbia loro insegnato davvero che cos’è la linguistica testuale, quali sono i più funzionali modelli di analisi della frase, qual è la funzione formativa dell’insegnamento dell’italiano oggi, e come lo si insegna.

Perché il curricolo verticale e progressivo sta sulla carta, e non c’è bisogno che i 600 ci suggeriscano di inventarlo di nuovo, ma il guaio è che sta solo sulla carta, e gli apprendimenti da ottenere nei diversi segmenti non è vero che vengono decisi insieme e controllati insieme. Sta scritto, ma non è vero.

Una scuola distratta da altro

I corsi di formazione cominciano a farsi, giacché sono obbligatori, ma chi mai proporrebbe un corso sulla didattica della lingua italiana, che non fa moda e non sta nemmeno tra le criticità del RAV, e non richiede le nuove tecnologie, e forse non sta nemmeno scritto sulla 107? Quante sono nel Paese le reti, di ambito o di scopo, che stiano progettando di insegnare agli insegnanti come si insegna l’italiano?

I dirigenti scolastici hanno altro da pensare, e devono star dietro alle piattaforme e ai RAV, ai PdDM e alle reti, alle iscrizioni e alla formazione propria e dei docenti, alle rendicontazioni e alla valutazione, e mica possono perder tempo a indirizzare gli insegnanti verso i bisogni culturali dei ragazzi e del Paese intero!

Perché ai ministri interessa di più rincorrere gli standard internazionali sui temi che danno parvenza di modernità ed efficacia alla scuola nazionale, e chiamano le scuole ad adempimenti e adempimenti e adempimenti continui, veri mobbing burocratici (ma non siamo il Paese che voleva snellire le procedure?), che non solo tolgono tempo, energia e risorse emotive e intellettuali a insegnanti e dirigenti, ma costruiscono false gerarchie di valori, dirottano rispetto alle mete formative reali, distraggono dalle reali urgenze culturali e formative del Paese.

Cari 600 Proff., i problemi ci sono davvero, ma mica davvero dipendono dalla mancanza di dettati ortografici!

Verrebbe da dire: studiate, cari Proff!

Rita Bortone

Lingua viva, lingue morte

Francesco PIAZZI

La denuncia dei 600 professori: non è uno scoop

In questi giorni s’è fatto un gran dire nei media del documento sottoscritto da 600 intellettuali di prima grandezza, che rivelano ciò che è arcinoto da anni, ampiamente segnalato dalle ultime rilevazioni Pisa e dall'indagine internazionale promossa dall'Ocse per valutare il livello di istruzione degli adolescenti nei principali paesi industrializzati: che parte degli studenti italiani non sanno l’italiano. Anche se dai titoli roboanti dei giornali e dalla stessa formulazione allarmata della denuncia parrebbe che nessun giovane italiano conosca la propria lingua.

Solo con questa generalizzazione una non-notizia poteva diventare uno scoop giornalistico. Inoltre il fenomeno non è uniforme sul piano geografico e sociale: "È drammatica la distanza tra i licei del Nord-Est e gli istituti professionali del Mezzogiorno"[1]. Dunque non parlerei di procurato allarme, ma neppure di denuncia equilibrata. Ferma restando la gravità del fenomeno, riconduciamolo intanto alle reali proporzioni: “Immaginiamo una festa con un centinaio di studenti, tutti del secondo anno delle superiori. Venti di loro non sanno l'italiano”[2], e non tutti loro! 

Ovvietà dei rimedi proposti

Della denuncia colpisce poi la genericità: gli errori “appena tollerabili in terza elementare concernono grammatica, sintassi e lessico” (che altro se no?). Ma soprattutto delude la modestia delle proposte, di un’ovvietà sconcertante: “dettato ortografico, riassunto, comprensione del testo, conoscenza del lessico, analisi grammaticale…”. A chi non verrebbero in mente questi rimedi? Ma pensano davvero i Seicento che gli insegnanti di scuola non conoscano e non applichino questi strumenti? Sarebbe come consigliare ai pompieri l’uso dell’acqua in caso di incendio. Accertata la calamità, ecco i “nuovi” rimedi proposti: “importanti iniziative rivolte all’aggiornamento degli insegnanti”, “introduzione di momenti di seria verifica”, “verifiche nazionali periodiche”. Verifiche poi fatte come e da chi? “Le prove Invalsi – dice Luciano Canfora, certamente esagerando – sono una mostruosità, una cosa senza alcun senso … la miglior cosa sarebbe eliminare l’Invalsi e restituire i suoi test a chi li ha inventati”. Valutazioni e verifiche, comunque, fatte sempre da chi non è mai stato in classe, quindi non è un insegnante.

Ma cosa chiedono i “clienti”?

Il problema non sta tanto nell’imporre verifiche o nell’individuare le terapie giuste – che probabilmente già esisterebbero e che comunque spetterebbe agli insegnanti trovare se gliene fosse data l’opportunità – ma nella concreta possibilità di applicare questi rimedi nelle nostre scuole. Scuole ridotte ormai a negozietti con la merce eternamente in saldo e le svendite per tutto l’anno, sempre alla ricerca spasmodica della soddisfazione del cliente (alunni e genitori). E che cosa chiede il cliente? Che tutto sia facile, che lo studio sia solo funzionale all’esercizio di una professione. Cacciari, uno dei Seicento, assolvendo totalmente insegnanti e studenti, addita come causa principale dell’analfabetismo dei giovani lo smantellamento dei licei, e il fatto che oggi pare che “l’unica cosa indispensabile sia professionalizzare”[3]. Cose che scriveva il fisico Lucio Russo vent’anni fa nel mirabile pamphlet Segmenti e bastoncini[4], e che da decenni ripetono Giulio Ferroni, Paola Mastrocola. Le ripeteva Umberto Eco. Cosa c’entra tutto questo con il quasi-analfabetismo dei giovani?

L’obiettivo di una professionalizzazione precoce comporta l’eliminazione, o comunque l’indebolimento, delle materie “inutili”, sgradite ai clienti dell’aziendina-scuola. Materie, le lingue classiche in primis, il cui studio rappresenterebbe invece un’efficacissima terapia dei mali denunciati.

Lingue morte o lingue geniali?

Ad esempio lo studio del latino servirebbe ad arricchire il lessico, anche qualitativamente: “Grazie al latino, una parola italiana vale almeno il doppio”, scrive Nicola Gardini nel recentissimo best seller Viva il latino. E analoghi attestati di utilità dello studio del greco (che sarebbe poi niente di meno che la lingua in cui ancora oggi parla la scienza) troviamo nell’altro pure recentissimo best seller di Andrea Marcalongo, La lingua geniale – 9 ragioni per amare il Greco.

Serianni lamenta che molti giovani “arretrano davanti alle prime parole astratte. Parole come esimere o desumere, che sono mattoni fondamentali per la costruzione di un discorso argomentativo”. Ebbene la conoscenza dello spessore diacronico della parola italiana attraverso l’etimologia servirebbe ad ampliare il patrimonio lessicale, quindi la capacità stessa di pensare. Ma soprattutto lo studio del latino insegnerebbe – proponendo un modello di sintassi ipotattica, quindi opposta quella paratattica, oggi vincente, dell’inglese – una disciplina del pensiero. Promuoverebbe quella capacità di argomentare gerarchizzando, la cui assenza è la cosa più preoccupante negli scritti incoerenti e sconnessi degli studenti. Ben più preoccupante del deficit di ortografia, su cui invece punta l’attenzione il documento dei Seicento.

Le virtù della traduzione

Un potente antidoto alla violazione della coerenza testuale è poi sicuramente rappresentato dell’esercizio di traduzione dal latino, che in pratica consiste proprio nel rintracciare i fili del discorso, che assicurano la compattezza che fa sì che un testo sia ciò che ne indica l’etimologia stessa: una tessitura coerente, e non un insieme di frasi sconnesse e sospese nel vuoto, prive di una connessione logica.

Per non dire delle sfumature di pensiero che il latino abituerebbe ad esprimere, anzi a concepire, visto il nesso strettissimo che intercorre tra lingua e pensiero. È il caso dell’uso del congiuntivo, che il latino insegna egregiamente ad opporre all’indicativo, e che in italiano si sta perdendo perché se ne ignora la funzione di esprimere la soggettività, cioè l’azione verbale desiderata, supposta, messa in dubbio, ecc.

Tutto questo, naturalmente, sempre se il latino lo si potesse insegnare, senza che frotte di genitori sindacalisti dei loro figli si fiondino al Tar per ogni voto un po’ al di sotto del cinque.

Francesco Piazzi

[1] Luca Serianni, Se i ragazzi italiani non sanno l'italiano, la Repubblica 26 febbraio 2014.

[2] L. Serianni, cit.

[3] Intervista su: http://www.huffingtonpost.it/2017/02/05/gli-studenti-scrivono-male-italiano-appello_n_14628952.html

[4] Lucio Russo, Segmenti e bastoncini, Feltrinelli, Milano 1998, p. 86.

Una risposta alla "proposta dei Seicento" sul declino della lingua italiana

Maria Giuseppa Lo Duca, che ha insegnato per molti anni Lingua italiana e Didattica dell’italiano all’Università di Padova, ha pubblicato una lettera di risposta all’appello del “Gruppo di Firenze” sull’incompetenza linguistica degli studenti. Aperta una raccolta firme.

È ormai nota la lettera-appello pubblicata da seicento docenti universitari sulle scarse abilità di scrittura degli studenti: un documento dal titolo “Saper leggere e scrivere: una proposta contro il declino dell’italiano a scuola”, indirizzato al Presidente del Consiglio, alla Ministra dell’Istruzione e al Parlamento, scritto per iniziativa del “Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità”.

La lettera prende avvio da gravi incompetenze linguistiche di base rilevate nelle matricole universitarie, e chiede che le competenze linguistiche vengano rimesse al centro della didattica. Vengono fatte in tal senso alcune proposte, la prima delle quali è relativa alla revisione delle Indicazioni nazionali per il primo ciclo.

Dell’argomento ci siamo già occupati nel n. 28 del settimanale Scuola7, con un puntuale approfondimento di Silvana Loiero.

Sul sito on line de la Repubblica, in data 10 febbraio, è stata pubblicata una risposta all’appello del “Gruppo di Firenze”:

http://www.repubblica.it/scuola/2017/02/10/news/_l_italiano_non_e_in_declino_il_controappello_dei_linguisti_alla_lettera_dei_600_accademici-157969348/

Non si tratta di una “guerra tra bande”: i maggiori linguisti italiani vogliono soltanto mettere in chiaro la vera sostanza delle cose, e cioè l’idea di lingua e di scuola, al di là di strumentalizzazioni e attacchi personali di dubbio gusto.

Il documento pubblicato è stato scritto da Maria Giuseppa Lo Duca, che ha insegnato per molti anni Lingua italiana e Didattica dell’italiano all’Università di Padova.

http://www.repubblica.it/scuola/2017/02/09/news/studenti_e_scrittura_la_lettera_dei_linguisti-157960273/?ref=HRER2-2

La Lo Duca, con parole semplici e tono pacato, fa il punto sulla complessità dell’apprendimento della lingua, un processo lungo che riguarda tutta la vita scolastica, e non solo, di una persona. Occorre lavorare con gli allievi dall’infanzia all’università, e incrementare la formazione dei docenti perché siano all’altezza dei compiti da svolgere.

Il documento è stato condiviso e sottoscritto da colleghi specialisti di Linguistica generale, Linguistica italiana, Linguistica romanza, Didattica delle lingue e da insegnanti.

La raccolta di firme è però soltanto all’inizio. Chi vuole sottoscriverla può trovare informazioni sul sito della Società di linguistica italiana: http://www.societadilinguisticaitaliana.net/


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Le parole chiave della Scuola che cambia

A come Alternanza, B come Buona Scuola, C come Certificazione, e così via.

Nel numero speciale di Scuola7 inviato a inizio anno, abbiamo voluto realizzare un abbecedario della scuola.

Abbiamo classificato i grandi temi per parole chiave, raccogliendo tutti i contributi firmati dai collaboratori che sono apparsi sui primi 24 numeri della newsletter.

L’intento è stato quello di ripercorrere gli eventi più significativi degli ultimi sei mesi, anticipando gli argomenti di sicuro interesse per il 2017.

L’Abbecedario si caratterizza come un vero e proprio “instant e-book” di agevole la consultazione, per avere sempre sotto mano i grandi temi della scuola di oggi: per ogni lettera è possibile richiamare l'articolo di interesse, citato sia all'interno di ogni voce principale sia nelle voci correlate in calce.

Ricordiamo che, attraverso la sezione “Archivio”, è sempre possibile accedere a tutti i contenuti di Scuola7. In particolare l’abbecedario è disponibile al seguente link: http://www.scuola7.it/2017/25/

Per gli aspiranti dirigenti scolastici una piattaforma completamente rinnovata

In previsione del prossimo concorso a dirigente scolastico, Tecnodid propone la Piattaforma DirCARD per la preparazione al concorso in una versione completamente rinnovata, alla luce del Regolamento e degli ultimi scenari normativi. Nello specifico, la piattaforma è stata:

- aggiornata ai sensi della legge 107/2015 e successive integrazioni;

- integrata con ulteriori contenuti formativi;

- arricchita con nuovi saggi di approfondimento;

- ampliata con servizi inediti per la prova preselettiva e per la prova scritta.

La nuova versione si sviluppa intorno a tre sezioni:

1) Simulazione prova preselettiva

2) Contenuti professionali delle prove

3) Indicazioni per la prova scritta

La prima sezione permette di esercitarsi su batterie di 50 item prese da un repository di circa 1500 item, e di valutare la propria preparazione secondo i parametri di calcolo del punteggio previsti dal Regolamento. Per ogni item viene fornita la correzione con il relativo feedback.

La seconda sezione dà accesso ad una ricca serie di contenuti, rivisti ed integrati sulla base delle più recenti disposizioni normative, con tutte le informazioni attinenti alle materie previste dal Regolamento.

La terza sezione aiuta a scrivere in maniera chiara per farsi apprezzare in sede di prova scritta. Contiene esempi di scritture e di rubriche valutative, 40 quesiti con risposte e circa 100 quesiti aperti.

A disposizione restano le batterie di item relative al concorso 2011.

La piattaforma DirCARD offre tutto quanto serve per orientare al meglio il proprio studio e affrontare con sicurezza le prove concorsuali.

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